
ITINERARIO 3 — OTRANTO: DENTRO LA CITTÀ DEI MARTIRI, DAL CASTELLO ALLA CATTEDRALE FINO AL MARE
Castello Aragonese → mura e Bastione dei Pelasgi → vicoli del borgo antico → Chiesa di San Pietro → Cattedrale dell’Annunziata → mosaico pavimentale → Cappella dei Martiri → cripta → Porta Alfonsina → lungomare → porto
Come muoversi: raggiungiamo Otranto in auto o moto, lasciamo il mezzo in un parcheggio consentito esterno alla ZTL e percorriamo tutto il centro storico a piedi. Tempo consigliato: una giornata, lasciando spazio alle visite interne e alle soste sui bastioni.
Oggi non attraversiamo Otranto come una successione di monumenti. Entriamo in una città di frontiera che per secoli ha guardato verso l’altra sponda dell’Adriatico. Il mare sarà presente anche quando non lo vedremo: nelle mura, nella storia bizantina, nell’assedio del 1480, nel Castello, nella Cattedrale e infine nel porto. Partiremo dalla fortezza e termineremo proprio davanti all’acqua, seguendo un percorso continuo senza tornare indietro inutilmente.
Arriviamo a Otranto: prima di entrare nel borgo lasciamo il mezzo
Raggiungiamo Otranto seguendo la direttrice più comoda dalla nostra provenienza. Da Lecce l’accesso principale avviene attraverso la viabilità verso Maglie e Otranto; arrivando invece dalla costa possiamo entrare in città da nord o da sud secondo il tratto dell’Adriatico che stiamo percorrendo.
Avvicinandoci al centro non cerchiamo di entrare con auto o moto nel borgo antico. Il centro storico e alcune aree circostanti sono interessati da zone a traffico limitato e discipline che possono variare durante l’anno. Cerchiamo quindi un parcheggio consentito esterno alla ZTL, lasciamo qui il mezzo e da questo momento continuiamo a piedi.
Prima ancora di entrare fermiamoci a osservare la posizione della città. Otranto si affaccia sul Canale che porta il suo nome e occupa uno dei punti più orientali d’Italia. Nelle giornate limpide l’altra sponda dell’Adriatico smette quasi di essere un’idea astratta. È questa vicinanza geografica all’Oriente che dobbiamo tenere presente durante tutta la visita.
Otranto non è stata soltanto una città sul mare: è stata una città rivolta verso il mare. Bizantini, Normanni, Aragonesi, mercanti, pellegrini, soldati e uomini di chiesa hanno attraversato o difeso questo punto del Mediterraneo. Adesso andiamo a cercarne le tracce.
Cominciamo dal Castello Aragonese: la città ci mostra subito perché doveva difendersi
Raggiungiamo Piazza Castello e fermiamoci prima di entrare. Il Castello Aragonese non va guardato soltanto frontalmente: cerchiamo di leggerne la massa, il fossato, i torrioni e il rapporto con le mura del borgo.
L’aspetto che vediamo oggi è legato soprattutto alla grande ricostruzione aragonese successiva alla tragedia del 1480. Fra il 1485 e il 1498 Ferdinando I d’Aragona fece realizzare un nuovo sistema fortificato che inglobò strutture precedenti e gli interventi eseguiti durante l’occupazione ottomana. La fortezza assunse una pianta irregolare, con grandi torrioni cilindrici e un sistema pensato per rispondere alle nuove esigenze della guerra con le armi da fuoco.
Prima di attraversare l’ingresso guardiamo il fossato. Immaginiamolo quando non era un elemento scenografico ma una separazione concreta fra l’esterno e il cuore fortificato. Poi alziamo lo sguardo verso le torri: sono basse e massicce rispetto all’immagine romantica del castello medievale. È la geometria della difesa che sta cambiando.
Entriamo, se il Castello è aperto alle visite. Nel cortile non corriamo subito verso le sale espositive. Guardiamo prima gli spessori delle murature e il modo in cui gli ambienti si dispongono attorno alla struttura fortificata.
Quando accessibili, i sotterranei sono una delle parti che consiglio di non perdere. Qui la fortezza smette di essere una sagoma vista dall’esterno e diventa un organismo fatto di cunicoli, livelli, passaggi e ambienti difensivi. Procediamo soltanto lungo i percorsi autorizzati e lasciamo che siano le variazioni di quota e gli spessori a raccontarci la funzione militare del luogo.
Il Castello ospita anche percorsi culturali dedicati alla storia del territorio. Fra questi assume particolare interesse il racconto della preistoria otrantina e della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, una cavità non normalmente aperta al pubblico per ragioni di tutela. È un collegamento prezioso: prima ancora della Otranto bizantina e medievale, questa costa era frequentata da comunità che hanno lasciato testimonianze straordinarie.
Prima di uscire ricordiamo anche un curioso destino letterario. Nel Settecento Horace Walpole intitolò The Castle of Otranto il romanzo considerato uno dei testi fondativi del genere gotico. Il castello immaginato da Walpole non è una descrizione fedele della fortezza che stiamo visitando, ma il nome di Otranto entrò così anche nell’immaginario letterario europeo.
Usciamo dal Castello. Non torniamo al parcheggio. Da questo momento entriamo nel borgo e continuiamo sempre a piedi.
Saliamo verso le mura: prima di perderci nei vicoli guardiamo Otranto dall’alto
Dal Castello raggiungiamo il tratto delle mura e il settore del Bastione dei Pelasgi, seguendo i passaggi pubblici del centro storico. Il nome ci porta idealmente molto indietro nel tempo, ma ciò che conta adesso è il punto di vista.
Affacciamoci verso il porto e il mare. Da qui la geografia diventa immediatamente comprensibile. Otranto non è protetta da mura per un capriccio architettonico: davanti a noi c’è il Canale d’Otranto, una porta naturale fra Adriatico e Mediterraneo orientale.
Guardiamo la linea delle fortificazioni e immaginiamo la città quando l’abitato era contenuto molto più nettamente dentro il proprio perimetro. Dall’esterno, chi arrivava dal mare vedeva una città compatta e difesa. Dall’interno, gli abitanti vivevano sapendo che quello stesso mare poteva portare commerci, pellegrini e notizie, ma anche una flotta nemica.
Questa doppia natura del mare — apertura e pericolo — è una delle chiavi per capire Otranto.
Adesso lasciamo il bastione e addentriamoci nel borgo.
Dentro il borgo antico: non cerchiamo subito la Cattedrale
Le strade del centro storico cambiano scala. Dopo la massa del Castello e l’apertura del bastione entriamo in vicoli più stretti, con case addossate, scalinate, archi e improvvise aperture verso il mare.
Camminiamo lentamente. Non abbiamo bisogno di trasformare ogni edificio in una tappa. Qui è il tessuto urbano a meritare attenzione.
Guardiamo come le strade seguono la pendenza. Cerchiamo i passaggi che aprono una finestra azzurra verso l’Adriatico. Notiamo i muri nei quali pietre appartenenti a fasi differenti sembrano convivere. Il borgo che vediamo oggi è il risultato di ricostruzioni, adattamenti e trasformazioni avvenute dopo secoli difficili.
Otranto fu a lungo profondamente legata al mondo bizantino. Per comprenderlo non dobbiamo immaginare l’Oriente come qualcosa di lontano: per questa città l’altra sponda del mare era parte di un sistema di relazioni politiche, religiose e culturali.
La nostra prossima meta è piccola e rischia di essere oscurata dalla fama della Cattedrale. Proprio per questo vale la pena cercarla.
San Pietro: entriamo nella Otranto bizantina
Raggiungiamo la Chiesa di San Pietro, nel cuore del borgo. Prima di entrare guardiamola dall’esterno. Non aspettatevi una facciata monumentale: la forza di questo edificio sta nelle sue dimensioni raccolte e nella sua antichità.
San Pietro è una delle testimonianze più importanti della stagione bizantina di Otranto. La sua datazione è stata discussa dagli studiosi e viene generalmente collocata nell’alto Medioevo, all’interno di un arco cronologico che precede di molto il grande sviluppo barocco salentino. Per secoli vi si continuò a celebrare secondo il rito greco.
Se è aperta, entriamo.
Qui dobbiamo cambiare completamente il modo di guardare. Lo spazio è piccolo, quasi concentrato intorno alla struttura centrale. Alziamo gli occhi verso la cupola, poi seguiamo le absidi e le pareti.
Gli affreschi conservano scene realizzate in epoche differenti, dal Medioevo fino a fasi successive. Cerchiamo soprattutto il rapporto fra immagini e architettura: in una chiesa di questo tipo la pittura non era semplice decorazione. Accompagnava la liturgia e raccontava episodi sacri a chi entrava.
Soffermiamoci sulle figure senza pretendere di riconoscere tutto in pochi minuti. L’importante è percepire il cambiamento: siamo entrati in un edificio che parla un linguaggio diverso dalle grandi chiese barocche del Salento.
Usciamo e restiamo per un momento davanti alla porta. Da qui raggiungeremo la Cattedrale, ma adesso sappiamo che la storia religiosa di Otranto non comincia con essa.
Verso la Cattedrale: arriviamo al luogo che contiene quasi tutta la storia della città
Riprendiamo il cammino attraverso i vicoli e raggiungiamo Piazza Basilica. Quando la Cattedrale dell’Annunziata compare davanti a noi, fermiamoci prima di entrare.
La Cattedrale fu consacrata nel 1088. Le sue dimensioni ci dicono subito che non siamo davanti a una piccola chiesa di borgo: Otranto era una sede ecclesiastica di grande importanza e per secoli ebbe un ruolo di primo piano nel Salento.
Guardiamo la facciata e ricordiamoci che l’edificio ha subito distruzioni, ricostruzioni e trasformazioni. Nel 1480, durante l’occupazione ottomana, la Cattedrale venne profanata e trasformata; dopo la liberazione della città furono necessari importanti interventi di ricostruzione.
Adesso entriamo.
Appena dentro, prima di guardare altari e cappelle, abbassiamo gli occhi.
Il pavimento è il primo grande racconto della Cattedrale.
Il mosaico: camminiamo sopra un libro medievale di pietra
Il mosaico pavimentale fu realizzato nel XII secolo, tradizionalmente collegato al monaco Pantaleone, e si estende lungo gran parte della chiesa. Non affrontiamolo come un rebus da risolvere in cinque minuti.
Cominciamo dalla sua struttura. Il grande Albero della Vita organizza una narrazione nella quale compaiono episodi biblici, animali reali e fantastici, figure tratte dalla tradizione medievale e immagini che possono sorprendere chi si aspetta un repertorio esclusivamente religioso.
Camminiamo lentamente lungo il percorso consentito e cerchiamo alcuni personaggi. Adamo ed Eva, Noè, Caino e Abele appartengono al racconto biblico; accanto a loro incontriamo creature fantastiche, animali e figure provenienti da un immaginario molto più vasto.
È proprio questa mescolanza a rendere il mosaico straordinario. Il Medioevo che emerge da queste tessere non è povero di immagini: è un mondo nel quale Bibbia, bestiari, racconti, simboli e conoscenze si intrecciano.
Non calpestiamo distrattamente ciò che stiamo cercando di osservare. Spostiamoci con attenzione lungo le zone consentite e fermiamoci ogni volta che una figura ci incuriosisce.
Poi alziamo gli occhi e guardiamo la navata. È facile dimenticare l’edificio perché il pavimento cattura tutta l’attenzione. La Cattedrale, invece, deve essere letta come un insieme: architettura normanna, trasformazioni successive, soffitto, altari, mosaico e memoria dei Martiri convivono nello stesso spazio.
Adesso ci spostiamo verso la parte della chiesa nella quale il racconto cambia radicalmente. Dal Medioevo simbolico passiamo a un avvenimento preciso, datato e ancora profondamente presente nella memoria di Otranto.
1480: prima di entrare nella Cappella dei Martiri capiamo che cosa accadde
Nel luglio del 1480 una grande flotta ottomana comandata da Gedik Ahmed Pascià raggiunse la costa otrantina. L’Impero ottomano, guidato da Maometto II, aveva conquistato Costantinopoli nel 1453 e rappresentava ormai una delle maggiori potenze del Mediterraneo.
Otranto fu assediata. La città resistette, ma nell’agosto 1480 venne conquistata. Seguirono uccisioni, distruzioni e deportazioni. Anche l’arcivescovo Stefano Pendinelli fu ucciso.
La memoria religiosa della città è legata soprattutto agli otrantini che la tradizione cristiana ricorda come Martiri di Otranto. Secondo la tradizione ecclesiastica, circa ottocento uomini furono condotti sul colle della Minerva e uccisi dopo aver rifiutato di rinnegare la fede. Il loro culto, antico di secoli, ha portato alla canonizzazione dei Martiri nel 2013.
Non raccontiamo questi fatti per trasformare la visita in una scena drammatica. Li raccontiamo perché stiamo per entrare nel luogo nel quale la città conserva fisicamente la propria memoria.
La Cappella dei Martiri: qui Otranto non racconta una leggenda
Avviciniamoci alla Cappella dei Martiri.
Nelle grandi teche sono custoditi i resti attribuiti ai Martiri del 1480. Fermiamoci in silenzio per qualche momento.
Qualunque sia la sensibilità religiosa di chi visita, questo è un luogo nel quale è impossibile separare completamente storia e memoria. Gli abitanti di Otranto hanno costruito per secoli una parte della propria identità attorno a quell’assedio e a quelle morti.
Guardiamo la cappella senza fretta. Le reliquie non sono un elemento decorativo della Cattedrale: spiegano perché Otranto venga chiamata ancora oggi la Città dei Martiri.
Poi pensiamo alla posizione della città. Il mare che tra poco raggiungeremo fu la via dalla quale arrivò la flotta. Lo stesso Adriatico che per secoli aveva collegato Otranto al mondo orientale diventò, in quell’estate, la direzione dalla quale giunse la distruzione.
È questa contraddizione che rende la storia di Otranto più complessa di un semplice racconto di guerra fra Oriente e Occidente. Prima e dopo il 1480, le due sponde dell’Adriatico continuarono a essere legate da relazioni, migrazioni, scambi e culture.
Scendiamo nella cripta: sotto la Cattedrale cambia di nuovo il tempo
Se la cripta è accessibile, non lasciamo la Cattedrale senza scendere.
La cripta si sviluppa sotto l’area presbiteriale e presenta una fitta successione di colonne e sostegni. Entrando, la percezione dello spazio cambia immediatamente.
Camminiamo lentamente fra le colonne. Guardiamo i capitelli e le differenze nei materiali. Alcuni elementi furono riutilizzati e appartengono a tradizioni e fasi diverse: è un altro modo in cui Otranto ci mostra la propria stratificazione.
Qui sotto il grande mosaico della navata scompare dalla vista e rimane un ambiente più raccolto. È un buon momento per ripensare a ciò che abbiamo appena visto sopra: il racconto universale del mosaico, la storia concreta del 1480, la memoria custodita nella Cappella.
Risaliamo. Prima di uscire dalla Cattedrale, voltiamoci una volta verso la navata e guardiamo nuovamente il pavimento dall’ingresso. Adesso non è più soltanto una meraviglia artistica: è diventato parte della storia della città che stiamo imparando a conoscere.
Usciamo dalla Cattedrale e torniamo nei vicoli: cerchiamo la città fra un monumento e l’altro
Lasciamo Piazza Basilica e riprendiamo a camminare nel borgo antico. Non dobbiamo raggiungere subito la porta d’uscita.
Prendiamoci un po’ di tempo per le strade laterali. Cerchiamo gli scorci sulle mura, le piccole corti, le scale e le case addossate. In alcuni punti il mare appare alla fine di un vicolo come una quinta luminosa.
Questo è anche il momento giusto per osservare come la città sia stata ricostruita dopo il 1480. Gli Aragonesi non si limitarono a riprendere Otranto: fortificarono nuovamente il borgo, ricostruirono il Castello e intervennero sulle mura. La città che attraversiamo porta quindi anche il segno della rinascita successiva alla distruzione.
Mentre scendiamo verso la parte bassa del centro, ricordiamoci che non stiamo lasciando la storia per andare semplicemente sul lungomare. Stiamo andando verso l’elemento che ha determinato buona parte di quella storia: il mare.
Porta Alfonsina: usciamo dal borgo fortificato
Raggiungiamo Porta Alfonsina, uno degli accessi più riconoscibili al centro storico.
Fermiamoci ancora all’interno e guardiamo il passaggio. Le porte cittadine sono punti semplici da attraversare oggi, ma in una città fortificata avevano un significato completamente diverso: controllavano entrate, movimenti e sicurezza.
Attraversiamo la porta e, appena fuori, voltiamoci verso le mura. Adesso vediamo il borgo dalla parte di chi arriva.
È un buon punto per comprendere quanto sia compatto il nucleo antico. Castello, mura, porte e bastioni non erano monumenti indipendenti: costituivano un sistema.
Ora lasciamo definitivamente il borgo alle nostre spalle e scendiamo verso il lungomare.
Il lungomare: finalmente il mare che ci ha accompagnati per tutta la giornata è davanti a noi
Raggiungiamo il Lungomare degli Eroi e camminiamo senza fretta. Dopo ore trascorse fra mura, chiese e vicoli, lo spazio si apre.
Davanti abbiamo l’Adriatico.
Guardiamo verso il largo. Il Canale d’Otranto separa la costa salentina dall’Albania, ma storicamente è stato anche un corridoio. Da qui passavano rotte, eserciti, pellegrini e mercanti.
Se la giornata è limpida, l’orizzonte ci aiuta a capire quanto Otranto sia geograficamente proiettata verso est. Non è necessario vedere distintamente l’altra costa per percepirne la presenza: basta sapere che si trova là davanti.
Continuiamo lungo il mare. Guardando indietro possiamo riconoscere la città alta, le mura e i volumi del Castello. È la prima volta durante l’itinerario che possiamo riunire con lo sguardo molti dei luoghi attraversati a piedi.
Scendiamo al porto: Otranto non finisce sulle mura
Proseguiamo verso il porto. Il movimento cambia ancora: imbarcazioni, banchine e attività marittime ci riportano alla funzione concreta del mare.
Otranto è stata per secoli un punto di passaggio verso l’Oriente. La sua importanza non nasce soltanto dalla capacità di difendersi, ma dalla possibilità di collegare la penisola italiana alle rotte adriatiche e mediterranee.
Fermiamoci in un punto consentito dal quale possiamo guardare insieme il bacino portuale e il borgo.
Ora ripensiamo alla Chiesa di San Pietro. Il rito greco e la lunga stagione bizantina non sono casuali in una città così vicina al mondo orientale. Ripensiamo alla Cattedrale e alla sua importanza ecclesiastica. Ripensiamo al 1480 e alla flotta arrivata dal mare. Ripensiamo infine al Castello ricostruito proprio perché ciò che era accaduto non potesse ripetersi facilmente.
Tutto torna qui.
Prima di concludere, guardiamo Otranto dal mare verso la terra
Mettiamoci con il mare davanti e poi voltiamoci lentamente verso la città.
Il nostro percorso è iniziato dal Castello, cioè dal luogo costruito per proteggere Otranto. Siamo saliti sulle mura e abbiamo guardato il Canale dall’alto. Ci siamo infilati nei vicoli e siamo entrati nella piccola San Pietro per incontrare la città bizantina.
Poi siamo arrivati alla Cattedrale. Abbiamo camminato accanto al grande mosaico medievale, abbiamo ricostruito l’assedio del 1480 nel luogo in cui quella memoria è ancora custodita, siamo entrati nella Cappella dei Martiri e siamo scesi nella cripta.
Infine abbiamo attraversato Porta Alfonsina e siamo arrivati al mare.
Adesso possiamo capire Otranto senza ridurla a una bella città bianca affacciata sull’Adriatico.
È una città che ha vissuto sulla frontiera. Ha guardato verso Bisanzio e verso Roma, ha conosciuto il rito greco e quello latino, ha accolto scambi e attraversamenti, ha subito un assedio che ne ha segnato per sempre la memoria e ha ricostruito le proprie difese trasformando la tragedia in una nuova forma urbana.
Eppure, dopo tanta storia, ciò che abbiamo davanti è ancora il mare.
Restiamo qualche minuto qui. Guardiamo le barche entrare e uscire, il profilo delle mura e la luce sulle case.
L’Itinerario di Salentoingiro dentro la Città dei Martiri termina al porto, davanti allo stesso Adriatico che per secoli ha portato a Otranto pericoli, incontri, culture e futuro.
Se abbiamo ancora tempo: due approfondimenti che meritano
Se la giornata non è ancora finita, possiamo dedicare altro tempo al Castello per eventuali mostre o percorsi aperti al pubblico, oppure visitare il Museo Diocesano quando accessibile. Non inseriamo queste possibilità come nuove tappe obbligatorie: l’itinerario principale è già completo.
Un’altra scoperta importante, ma da riservare a un itinerario differente, è l’area dell’antica Abbazia di San Nicola di Casole, poco fuori Otranto. Fu uno dei grandi centri culturali del Medioevo salentino e contribuì ai rapporti fra tradizione greca e latina. Non la aggiungiamo oggi per non spezzare la coerenza del percorso dentro la città: merita di essere raccontata insieme alla costa meridionale e al territorio che conduce verso Porto Badisco.
Nota pratica per seguire l’itinerario
Il centro storico di Otranto è interessato da regolamentazione ZTL: arrivando in auto o moto è consigliabile utilizzare un parcheggio consentito esterno al borgo e continuare a piedi. Orari, biglietti, aperture delle chiese, accesso ai sotterranei del Castello e modalità di visita possono cambiare durante l’anno; prima della partenza verifichiamo sempre le informazioni aggiornate del Comune di Otranto, del Castello e dell’Arcidiocesi. Nelle chiese manteniamo un comportamento rispettoso e teniamo conto delle celebrazioni religiose, durante le quali la visita turistica può essere limitata.