
ITINERARIO 1 — DA RUDIAE A LECCE, FINO ALL’ADRIATICO
Rudiae → Porta Rudiae → via Libertini → Piazza Duomo → Teatro Romano → Piazza Sant’Oronzo → Santa Croce → ritorno al parcheggio → San Cataldo
Come muoversi: auto o moto per gli spostamenti fra Rudiae, Lecce e San Cataldo; a piedi nel Parco Archeologico di Rudiae e nel centro storico. Tempo consigliato: una giornata intera, senza correre.
Andiamo a Rudiae: il viaggio comincia prima di Lecce
La nostra giornata non comincia davanti al Barocco di Lecce. Comincia poco fuori città, nella campagna a sud-ovest del centro, perché prima di entrare nella Lecce monumentale vogliamo capire che cosa esisteva qui quando la città che oggi conosciamo non aveva ancora assunto il volto che vedremo fra poche ore.
Prendiamo l’auto o la moto e dirigiamoci verso il Parco Archeologico di Rudiae, lungo la via per San Pietro in Lama. Dal centro di Lecce la distanza è di pochi chilometri. È proprio questa vicinanza a rendere sorprendente il primo passaggio del viaggio: bastano pochi minuti perché palazzi, traffico e strade urbane lascino spazio a un paesaggio nel quale l’antica città sembra essersi ritirata sotto la campagna.
Arrivati nell’area del parco, lasciamo il mezzo dove consentito e continuiamo a piedi. Prima di cercare l’anfiteatro, fermiamoci e guardiamoci intorno. Rudiae non era un monumento isolato. Era una città messapica, poi profondamente trasformata durante l’età romana. Le indagini archeologiche hanno riconosciuto il grande perimetro fortificato dell’insediamento e numerose tracce della sua organizzazione urbana.
Qui nacque nel 239 a.C. Quinto Ennio, destinato a diventare una delle figure fondamentali della letteratura latina arcaica. Ricordarlo proprio all’inizio non serve ad aggiungere un nome famoso alla visita. Ci aiuta piuttosto a comprendere la natura di questa terra: Ennio proveniva da un ambiente nel quale culture differenti si incontravano, e Rudiae si trovava in un Salento tutt’altro che isolato dal Mediterraneo.
Entriamo dunque senza fretta. Da questo momento non cerchiamo reperti da spuntare su una lista. Cerchiamo una città.
Fondo Acchiatura: camminiamo dove camminavano gli abitanti di Rudiae
Il percorso di visita prende avvio dall’area di Fondo Acchiatura. Qui compaiono due strade basolate che si incrociano ortogonalmente, strutture riferibili a un luogo di culto e un ipogeo ellenistico che non è normalmente accessibile all’interno.
Avviciniamoci al basolato. Guardiamo le pietre sotto i piedi. Una strada antica può apparire meno spettacolare di un grande edificio, ma è uno degli indizi più immediati della vita quotidiana. Qui si camminava, si trasportavano merci, passavano animali e carri, ci si spostava da un settore all’altro della città.
Fermiamoci sull’incrocio. Due assi che si incontrano ci dicono che lo spazio non era casuale. Rudiae possedeva un’organizzazione urbana, luoghi pubblici e percorsi. Proviamo per qualche secondo a cancellare mentalmente il paesaggio attuale e a sostituirlo con edifici, voci, attività e movimento.
Poco distante c’è l’ipogeo. Anche senza entrarvi, la sua presenza introduce un’altra dimensione: accanto alla città dei vivi esisteva quella dei morti, con riti, memoria familiare e pratiche funerarie. Non abbiamo bisogno di inventare ciò che non conosciamo. Basta sapere che sotto il terreno che attraversiamo esiste un altro livello della storia.
Le ricerche archeologiche hanno restituito in questa zona anche elementi utili a ricostruire gli spazi pubblici della Rudiae romana. È importante perché ci impedisce di immaginare il passaggio da Messapi a Romani come una cancellazione improvvisa. La città cambia nel tempo, si monumentalizza, incorpora nuovi modelli e continua a essere abitata.
Attraversiamo il muro a secco: l’anfiteatro compare sotto di noi
Proseguiamo verso il lato settentrionale di Fondo Acchiatura. Un varco nel muro a secco conduce al punto dal quale l’anfiteatro romano si rivela dall’alto. Qui fermiamoci davvero.
Non scendiamo subito. Dall’alto possiamo comprendere la forma dell’edificio molto meglio che dall’arena. L’anfiteatro fu costruito nei primi anni del II secolo d.C., durante il regno di Traiano. Gli scavi moderni hanno riportato alla luce quasi interamente l’anello perimetrale, i corridoi radiali che dividevano la cavea in settori e parte delle strutture sulle quali poggiavano le gradinate.
Adesso scendiamo seguendo il percorso consentito. Più ci avviciniamo all’arena, più dobbiamo ricostruire con l’immaginazione ciò che non esiste più. Le gradinate salivano intorno allo spazio centrale; corridoi e accessi permettevano al pubblico di entrare e raggiungere i propri settori. Non era soltanto un luogo per assistere a spettacoli: era una macchina architettonica capace di governare il movimento di molte persone.
Quando siamo in basso, giriamoci lentamente. Pensiamo alla differenza fra il silenzio di oggi e il rumore di allora. L’edificio che adesso sembra appartenere alla campagna era un luogo di folla.
E teniamo a mente un particolare: fra poche ore, nel cuore di Piazza Sant’Oronzo, incontreremo un secondo anfiteatro romano. Lecce può raccontare due edifici dello stesso tipo a circa tre chilometri di distanza: quello di Rudiae immerso nel paesaggio rurale e quello di Lupiae inglobato nella città contemporanea. Non sarà una ripetizione. Sarà uno dei confronti più interessanti dell’intera giornata.
Il lacus e le epoche sovrapposte
Risalendo, percorriamo la stradina perimetrale e raggiungiamo il settore nel quale la storia si presenta quasi per strati. Possiamo riconoscere la cisterna, il lacus realizzato già nella fase messapica per raccogliere l’acqua meteorica, le strutture dell’anfiteatro romano e, più tardi, il muro a secco legato al paesaggio agricolo.
Fermiamoci qui. È uno dei punti nei quali Rudiae spiega meglio se stessa. Prima una comunità organizza l’acqua; secoli dopo viene costruito un grande edificio per spettacoli; molto più tardi la campagna viene nuovamente suddivisa e lavorata. Nessuna epoca cancella completamente quella precedente.
Guardiamo anche gli ulivi e la vegetazione mediterranea. Non sono lo sfondo neutro dell’archeologia: appartengono al paesaggio che nei secoli ha ricoperto e protetto, ma anche trasformato, la città scomparsa.
Adesso possiamo lasciare Rudiae. Torniamo verso il parcheggio seguendo il percorso del parco. Prima di salire sul mezzo, però, voltiamoci un’ultima volta. Da questo momento Rudiae resta alle nostre spalle. Non ci torneremo durante l’itinerario.
Da Rudiae a Lecce: seguiamo la direzione della città
Riprendiamo auto o moto e dirigiamoci verso Lecce. La distanza è breve, ma adesso ha un significato. Non stiamo semplicemente cambiando attrazione turistica: stiamo passando da Rudiae a Lupiae, due città antiche vicinissime e legate allo stesso territorio.
Avvicinandoci al centro storico cerchiamo un parcheggio consentito esterno alla ZTL e comodo rispetto a Porta Rudiae. Lasciamo qui il mezzo. Lo riprenderemo soltanto dopo aver concluso tutta la visita a piedi di Lecce.
Da questo momento la nostra posizione deve essere chiara: siamo fuori dal centro storico, abbiamo lasciato l’auto o la moto e stiamo andando a piedi verso Porta Rudiae.
Porta Rudiae: adesso il nome racconta davvero qualcosa
Arriviamo davanti alla porta e restiamo all’esterno. Facciamo qualche passo indietro finché possiamo guardarla per intero.
La porta attuale fu ricostruita nel 1703. L’ingresso medievale aveva una funzione difensiva molto più evidente; la nuova architettura settecentesca è invece anche una facciata urbana, un modo con cui Lecce si presenta a chi arriva.
Alziamo gli occhi. Nella parte superiore domina Sant’Oronzo, patrono della città, affiancato da Sant’Irene e San Domenico. Prima ancora di attraversare l’arco, Lecce ci mostra dunque una parte della propria identità religiosa.
Ma per noi c’è qualcosa in più. Siamo arrivati davvero dalla direzione di Rudiae. Il nome inciso nella memoria della porta non è più un riferimento astratto sulla cartina: abbiamo appena camminato nella città alla quale quell’ingresso guardava.
Adesso attraversiamola.
Appena passati sotto l’arco fermiamoci e voltiamoci. Guardiamo per pochi secondi la faccia interna. Una porta ha sempre due significati: accoglie chi arriva e accompagna chi parte. Noi abbiamo appena trasformato un monumento in una soglia reale del viaggio.
Ora giriamoci nuovamente verso il centro. Porta Rudiae resta alle nostre spalle e non la attraverseremo più durante la visita. Davanti a noi comincia via Libertini.
Via Libertini: Lecce non comincia in Piazza Duomo
Non corriamo verso il Duomo. Via Libertini merita di essere percorsa come una strada e non come un corridoio fra due monumenti.
Guardiamo i palazzi. La pietra leccese cambia continuamente colore e consistenza: alcune superfici sono chiare, altre portano una patina più scura; il sole entra nei rilievi e fa apparire profonde decorazioni che, in ombra, sembrano quasi scomparire.
Cerchiamo i portali. Sopra alcuni compaiono stemmi, su altri la decorazione è affidata a cornici e motivi vegetali. Guardiamo le mensole dei balconi: spesso sono proprio lì, sotto ciò che normalmente osserviamo, le piccole sorprese scolpite della città.
La prima grande presenza religiosa lungo il percorso è la Basilica di San Giovanni Battista, conosciuta anche come del Rosario. Prima di avvicinarci attraversiamo idealmente la strada con lo sguardo e osserviamo la facciata da una distanza sufficiente a leggerla per intero.
Poi avviciniamoci. Le colonne, le nicchie, le statue e l’apparato decorativo mostrano quanto la pietra leccese possa diventare plastica. Se la chiesa è aperta, entriamo. All’interno cerchiamo gli altari laterali e il grande pulpito scolpito. Non limitiamoci a dire che è ricco: guardiamo come la materia sia stata scavata fino a perdere quasi la propria pesantezza.
Usciamo dalla chiesa e riprendiamo esattamente da dove eravamo rimasti: continuiamo lungo via Libertini verso Piazza Duomo.
Poco più avanti incontriamo Santa Teresa. Fermiamoci davanti alla facciata e osserviamo la parte superiore incompiuta. È un dettaglio utile: una città storica non è il risultato di un unico progetto portato a termine senza interruzioni. Anche le opere incompiute raccontano disponibilità economiche, cambi di programmi e passaggi di epoca.
Continuiamo. Incontriamo Sant’Anna e altri edifici religiosi e civili che rendono questo tratto quasi un’introduzione progressiva alla grande scena di Piazza Duomo. Se una porta di un palazzo lascia intravedere una corte pubblicamente accessibile, affacciamoci senza invadere: dietro facciate relativamente severe possono aprirsi scale, pozzi, logge e spazi luminosi.
Adesso davanti a noi si prepara un cambio di scala.
Piazza Duomo: entriamo in una stanza urbana
Raggiungiamo l’accesso alla piazza e fermiamoci prima di entrare completamente. Facciamo pochi passi in avanti.
Lo spazio si apre all’improvviso.
È questo il primo effetto da conservare. Dopo le strade relativamente strette, Piazza Duomo appare come una grande stanza senza soffitto. La Cattedrale, il Campanile, il Palazzo Vescovile e il Seminario costruiscono un insieme nel quale gli edifici sembrano dialogare fra loro.
Non andiamo subito verso la porta della Cattedrale. Guardiamo prima il Campanile. Fu realizzato nel Seicento su progetto di Giuseppe Zimbalo e con i suoi quasi settanta metri diventa un riferimento nel paesaggio pianeggiante di Lecce. In passato una torre così alta non era soltanto un elemento scenografico: annunciava la città anche da lontano.
Ora osserviamo il Duomo. La Cattedrale possiede due facciate e questo particolare ha un motivo preciso. Quella che dialoga direttamente con l’ingresso della piazza assume un carattere più scenografico; l’architettura tiene conto del modo in cui il visitatore arriva e costruisce per lui una prospettiva.
Se l’accesso è consentito, entriamo.
Dentro la Cattedrale rallentiamo. Guardiamo prima la navata, poi gli altari laterali e infine alziamo gli occhi verso il soffitto ligneo a lacunari con le grandi tele. Non cerchiamo di vedere tutto nello stesso momento. Scegliamo un altare, una tela, un particolare e concediamogli il tempo necessario.
Se la cripta è aperta, scendiamo. Qui la percezione cambia: la successione delle colonne crea uno spazio più raccolto. Guardiamo i capitelli e le differenze fra le decorazioni. Poi risaliamo.
Una volta fuori, non lasciamo ancora la piazza. Avviciniamoci al Seminario e, quando il cortile è accessibile, entriamo a vedere il pozzo barocco. È bello, ma non è soltanto decorazione. In una terra carsica, dove l’acqua superficiale non abbonda, il pozzo ricorda una necessità concreta della vita urbana.
Torniamo al centro della piazza e giriamoci lentamente. Adesso abbiamo capito perché questo spazio funziona: non esiste un solo protagonista. Campanile, Cattedrale, Seminario ed Episcopio costruiscono insieme la scena.
Usciamo dalla piazza in direzione del Teatro Romano. Non torniamo verso Porta Rudiae.
Il Teatro Romano: l’antica Lupiae compare fra le case
Percorriamo i vicoli che conducono al Teatro Romano. Dopo l’ampiezza di Piazza Duomo torniamo in strade strette, e proprio questo rende sorprendente l’arrivo.
Fra gli edifici compare la cavea del teatro.
Fermiamoci sul limite dello spazio archeologico. Qui la città romana non è isolata dalla città moderna: è letteralmente incastrata al suo interno.
Il teatro era destinato alle rappresentazioni sceniche. La cavea accoglieva il pubblico davanti allo spazio della scena. Guardando ciò che resta proviamo a ricostruire non soltanto l’edificio, ma l’esperienza: persone sedute, attori, voci, musica, una comunità riunita per assistere a uno spettacolo.
Guardiamo poi le case che circondano il sito. Sono parte del racconto. Sotto molti settori del centro storico la città antica continua, ma non può essere riportata interamente alla luce senza cancellare ciò che è stato costruito nei secoli successivi.
Quando abbiamo terminato la visita, continuiamo in avanti verso Piazza Sant’Oronzo. Non ritorniamo al Duomo.
Piazza Sant’Oronzo: ritroviamo un anfiteatro, ma tutto è diverso
Entriamo in Piazza Sant’Oronzo e cerchiamo la grande curva dell’Anfiteatro Romano.
Questa mattina eravamo nell’anfiteatro di Rudiae, circondati dalla campagna. Adesso siamo davanti a un altro anfiteatro romano mentre intorno continuano la vita cittadina, le conversazioni e il movimento della piazza.
È visibile soltanto una parte del monumento: il resto prosegue sotto la città moderna. Se l’accesso è disponibile, scendiamo; altrimenti osserviamolo dai punti consentiti e cerchiamo di ricostruire la forma completa.
Il confronto con Rudiae è finalmente possibile. Là il paesaggio contemporaneo quasi scompare e l’immaginazione deve ricostruire la città perduta. Qui accade il contrario: l’antichità emerge dentro una città pienamente viva. Lo stesso tipo di edificio produce due esperienze completamente differenti.
Alziamo poi lo sguardo verso la Colonna di Sant’Oronzo. La piazza non appartiene a un solo tempo. Intorno all’anfiteatro romano convivono monumenti e architetture di epoche differenti.
Cerchiamo anche il Sedile e la piccola chiesa di San Marco, legata storicamente alla presenza veneziana. È una scoperta importante proprio perché è piccola: ci ricorda che Lecce non viveva isolata, ma manteneva rapporti con altre comunità dell’Adriatico.
Ora lasciamo la piazza seguendo la direzione di via Umberto I. La prossima tappa è Santa Croce.
Verso Santa Croce: prepariamoci a guardare, non soltanto a fotografare
Percorrendo il breve tratto verso Santa Croce continuiamo a osservare gli edifici. Ormai riconosciamo la pietra, i portali e il modo in cui la decorazione si concentra in determinati punti.
Quando la Basilica compare, non avviciniamoci subito. Cerchiamo una posizione dalla quale sia possibile leggere insieme Santa Croce e il Palazzo dei Celestini.
Adesso guardiamo la facciata della basilica dal basso verso l’alto. Il Barocco leccese raggiunge qui una delle sue espressioni più celebri, ma non vogliamo liquidarlo con l’aggettivo ‘ricco’. Cerchiamo di capire come funziona.
Avviciniamoci. Scegliamo un volto scolpito. Poi un animale. Poi una foglia o un motivo vegetale. Guardiamo come la luce entra negli incavi. La pietra leccese, relativamente tenera quando viene estratta e lavorata, ha permesso agli scalpellini una straordinaria precisione.
Facciamo ora qualche passo indietro. I dettagli tornano a fondersi nella composizione generale. È questo continuo movimento fra vicino e lontano che permette di leggere Santa Croce.
Se la basilica è aperta, entriamo. Dopo l’esuberanza esterna, l’interno cambia ritmo. Guardiamo le colonne, gli altari e gli spazi laterali. Anche qui non serve collezionare nomi: scegliamo alcuni particolari e lasciamo che siano loro a raccontarci il lavoro delle maestranze.
Usciamo e percorriamo per qualche metro il fronte del Palazzo dei Celestini. Basilica e palazzo appartengono alla stessa grande scena urbana. La decorazione non è appoggiata casualmente agli edifici: costruisce rapporti fra pieni, finestre, cornici e ombre.
La visita monumentale del centro storico, per questo itinerario, termina qui.
Torniamo al parcheggio: non stiamo ricominciando Lecce
Adesso dobbiamo recuperare l’auto o la moto lasciata prima di Porta Rudiae. Non attraverseremo nuovamente la porta e non ripeteremo il percorso.
Rientriamo attraverso le strade del centro scegliendo, quando possibile, una via diversa da quella dell’andata. Questa parte non serve ad aggiungere altre tappe importanti. Serve a lasciare che Lecce ci restituisca dettagli che all’inizio non sapevamo ancora vedere.
Adesso una mensola scolpita sotto un balcone ci salta agli occhi. Un portale ci fa rallentare. Una corte aperta diventa interessante. La pietra più consumata ci appare diversa da quella restaurata.
Continuiamo fino a raggiungere il parcheggio. Qui termina definitivamente la parte a piedi dentro Lecce.
Saliamo sul mezzo. Da questo momento non torniamo nel centro storico. Andiamo al mare.
Da Lecce a San Cataldo: seguiamo la città verso l’Adriatico
Usciamo da Lecce in direzione San Cataldo. La marina dista circa una decina di chilometri dal centro e il passaggio è rapido: il tessuto urbano si allenta, la pianura torna protagonista e davanti a noi si trova l’Adriatico.
Non consideriamo questo tratto un semplice trasferimento. Il nostro itinerario è stato costruito proprio per arrivare qui. L’antica Lupiae non era una città separata dal mare: il suo rapporto con l’Adriatico passava anche attraverso l’approdo di San Cataldo.
Durante il regno dell’imperatore Adriano, nel II secolo d.C., il porto fu oggetto di una grande sistemazione monumentale. Il Comune di Lecce lega esplicitamente, nella lettura della Lecce romana, l’anfiteatro di Rudiae di età traianea, l’antica Lupiae e il molo romano di San Cataldo di età adrianea.
Avvicinandoci alla marina continuiamo fino all’area del lungomare e parcheggiamo dove consentito. Adesso siamo arrivati davvero. Soltanto ora comincia la visita di San Cataldo.
San Cataldo: cerchiamo il porto dietro il paesaggio moderno
Lasciamo il mezzo e raggiungiamo a piedi il lungomare, orientandoci verso il faro e l’area del molo antico.
La prima cosa da sapere è anche la più importante: non aspettiamoci di trovare davanti a noi un porto romano integro, con banchine perfettamente conservate. La linea di costa è cambiata, il paesaggio è stato trasformato e parte delle strutture antiche è legata all’ambiente marino.
Per capire il luogo dobbiamo quindi fare ciò che abbiamo fatto a Rudiae: usare ciò che resta per ricostruire ciò che manca.
Guardiamo il faro. Guardiamo la darsena e il molo. Poi guardiamo l’orizzonte. Elementi appartenenti a epoche differenti continuano a raccontare una stessa necessità: raggiungere la costa, riconoscere l’approdo, proteggere le imbarcazioni, mettere in comunicazione la terra con il mare.
Camminiamo per qualche minuto lungo il litorale. Non cerchiamo soltanto reperti. Cerchiamo la geografia.
Alle nostre spalle, a pochi chilometri, c’è Lecce. Ancora più indietro, quasi sulla stessa direttrice ideale del viaggio, c’è Rudiae.
Pensiamo alle merci. Pensiamo alle persone. Un porto non è importante perché possiede un molo: è importante perché collega mondi differenti. Navi, uomini, prodotti e informazioni arrivano dal mare e proseguono verso l’interno; dall’entroterra altre merci prendono la direzione opposta.
Il paesaggio costiero, inoltre, non è sempre stato quello che vediamo oggi. Per secoli questa fascia fu condizionata anche da zone umide e paludose; le bonifiche moderne modificarono profondamente l’ambiente e il rapporto fra insediamenti e litorale.
Continuiamo a camminare mantenendoci negli spazi accessibili e sicuri. Se alcuni resti non sono chiaramente visibili o si trovano in acqua, non forziamo l’avvicinamento. Non dobbiamo mettere i piedi sopra una struttura antica per comprenderne il significato.
Ora troviamo un punto tranquillo dal quale possiamo guardare il mare.
Adesso fermiamoci: il viaggio finalmente si chiude
Questa mattina eravamo a Rudiae.
Abbiamo camminato sulle sue strade, cercato la città messapica sotto la campagna, raggiunto l’anfiteatro costruito in età traianea e osservato le epoche sovrapporsi nello stesso terreno.
Poi abbiamo preso la direzione di Lecce.
Siamo arrivati a Porta Rudiae dalla parte giusta: dalla città che le ha dato il nome. L’abbiamo attraversata una sola volta e da lì abbiamo camminato sempre in avanti.
Via Libertini ci ha introdotti nella Lecce barocca. Piazza Duomo ci ha mostrato la città religiosa. Il Teatro Romano ci ha riportati dentro Lupiae. Piazza Sant’Oronzo ci ha permesso di confrontare il suo anfiteatro con quello visto poche ore prima a Rudiae. Santa Croce ci ha fatto arrivare al culmine della lavorazione della pietra leccese.
Soltanto dopo aver concluso Lecce siamo tornati al parcheggio, abbiamo ripreso il mezzo e siamo partiti per San Cataldo.
E adesso siamo qui.
Mettiamoci con il mare davanti e la direzione di Lecce alle spalle.
A questo punto l’itinerario non è più una successione di monumenti. Possiamo finalmente vedere la sua forma.
Rudiae ci ha raccontato l’entroterra antico. Lecce ci ha raccontato la città che nei secoli ha continuato a trasformarsi sopra Lupiae. San Cataldo ci restituisce il mare e l’approdo.
Tre luoghi, ma un solo territorio.
Prima di andare via restiamo qualche minuto davanti all’Adriatico. Non c’è bisogno di aggiungere un’altra tappa.
Il primo viaggio di Salentoingiro termina qui, dove la terra incontra il mare.
Nota pratica per seguire l’itinerario
Gli orari di apertura, le modalità di accesso e l’eventuale visitabilità interna di siti archeologici e chiese possono cambiare. Prima della partenza è quindi opportuno verificare le informazioni aggiornate presso i gestori o gli enti competenti. Nel centro storico è preferibile lasciare auto o moto fuori dalla ZTL e svolgere l’intera visita a piedi; a San Cataldo è bene utilizzare esclusivamente parcheggi e accessi consentiti.