ITINERARIO 2 — DA CASTRO A TRICASE PORTO: TORRI, MARINE, BOSCHI E PICCOLI APPRODI DELL’ADRIATICO

Castro Alta → Castello Aragonese e area archeologica → Cattedrale → belvedere → Castro Marina → litoranea verso Marittima e Andrano → Marina di Andrano → Torre del Sasso e Serra del Mito → Quercia dei Cento Cavalieri → Tricase Porto

Come muoversi: auto o moto fra le diverse tappe; a piedi nei centri storici, sui belvedere e nei brevi tratti naturalistici consentiti. La litoranea va percorsa con calma e con soste soltanto negli spazi sicuri e autorizzati. Tempo consigliato: una giornata intera.

Questo viaggio segue una delle coste più verticali e sorprendenti del Salento. Partiremo dalla città alta di Castro, costruita sopra il mare, scenderemo al suo porto, seguiremo l’Adriatico fra falesie e insenature, entreremo nel paesaggio delle querce vallonee e termineremo a Tricase Porto. Non cercheremo soltanto panorami: proveremo a capire perché torri, boschi, porti e piccoli abitati si trovano proprio dove li vediamo.

Arriviamo a Castro Alta: prima del mare cerchiamo la città

Raggiungiamo Castro in auto o moto e saliamo verso Castro Alta. Non scendiamo subito alla marina: il nostro viaggio deve cominciare dall’alto, perché è da qui che si comprende la posizione strategica del luogo.

Cerchiamo un parcheggio consentito fuori dalle strade più strette del borgo e continuiamo a piedi. Appena ci avviciniamo al centro storico, il mare compare sotto di noi. Fermiamoci. Castro non è semplicemente un paese vicino alla costa: è un abitato costruito su un’altura che domina l’Adriatico.

Questa posizione spiega molto della sua storia. Il promontorio permetteva di controllare il mare e offriva difese naturali. Gli scavi archeologici hanno restituito importanti testimonianze dell’insediamento messapico e del santuario di Atena. È proprio a Castro che le ricerche hanno rafforzato l’identificazione del luogo con l’antica Castrum Minervae ricordata dalle fonti classiche.

Prima di entrare nel Castello, quindi, guardiamo il paesaggio. Immaginiamo una costa senza strade moderne, senza case sparse e senza porticcioli turistici. Chi arrivava dal mare vedeva un’altura fortificata e un santuario legato alla dea Atena-Minerva. La geografia e il culto si incontravano nello stesso punto.

Il Castello Aragonese: dentro una fortezza costruita sopra altre fortezze

Raggiungiamo il Castello Aragonese. Prima di entrare osserviamolo dall’esterno, cercando il rapporto fra le mura, il promontorio e il mare.

L’edificio che vediamo è il risultato di una storia lunga. L’impianto medievale si sviluppò su strutture difensive precedenti; nel corso dei secoli il castello fu modificato più volte. Le incursioni ottomane che colpirono questa parte del Salento, soprattutto dopo il 1480, imposero nuove ricostruzioni e rafforzamenti.

Entriamo, quando il Castello è aperto, e raggiungiamo il Museo Archeologico. Qui non stiamo facendo una deviazione dalla visita: stiamo raccogliendo gli indizi necessari per capire la città che cammineremo subito dopo.

Fra i reperti provenienti dagli scavi di Castro, la scoperta più celebre è legata al grande santuario di Atena. Frammenti di una statua monumentale della dea e altri materiali votivi hanno dato un peso eccezionale all’ipotesi che questo promontorio fosse il luogo sacro descritto dalle fonti antiche.

Guardiamo i reperti e poi pensiamo al mare che si trova appena oltre le mura. Un santuario posto su una costa così esposta poteva essere visto e riconosciuto da chi navigava. Il luogo sacro non apparteneva soltanto alla città: dialogava con le rotte dell’Adriatico.

Usciamo dal museo e restiamo ancora qualche minuto nell’area del Castello. Ora le pietre esterne non sono più soltanto una fortificazione: sotto e intorno a esse sappiamo che esistono livelli molto più antichi.

La Cattedrale e la cripta: Castro è stata anche città vescovile

Dal Castello raggiungiamo a piedi la Cattedrale. La distanza è breve e non serve recuperare il mezzo.

Castro fu per secoli sede vescovile. La Cattedrale, dedicata all’Annunziata, conserva tracce di fasi differenti e dialoga con la vicina area archeologica. Prima di entrare guardiamo la facciata e la posizione dell’edificio all’interno del borgo.

Se la chiesa è aperta, entriamo. Non cerchiamo una sola epoca: come spesso accade nel Salento, l’edificio è il risultato di trasformazioni. Quando è accessibile, dedichiamo attenzione anche alla cripta bizantina e alle testimonianze più antiche.

Uscendo, non allontaniamoci subito. Camminiamo fra le strade del borgo alto e raggiungiamo uno dei punti panoramici. Da qui Castro Marina appare sotto di noi come un piccolo approdo incastrato nella roccia.

È lì che andremo adesso.

Scendiamo a Castro Marina: dalla città fortificata al suo approdo

Torniamo al parcheggio e riprendiamo auto o moto. Scendiamo verso Castro Marina seguendo la viabilità consentita e cerchiamo un parcheggio regolare nei pressi del porto.

Lasciamo nuovamente il mezzo e continuiamo a piedi. La prima cosa da fare non è cercare una spiaggia: è guardare la forma della baia.

L’insenatura è protetta dalla roccia e costituisce uno dei piccoli porti naturali più riconoscibili di questo tratto di costa. Il portale turistico comunale ricorda il rapporto tradizionale fra Castro e l’approdo di Enea: un richiamo che si collega alla lettura archeologica della città alta e al tema di Castrum Minervae.

Camminiamo lungo il porto. Guardiamo le barche da pesca, le imbarcazioni da diporto e le pareti rocciose che chiudono la baia. Il porto contemporaneo ha funzioni diverse da quello antico, ma continua a sfruttare la stessa qualità geografica: un punto di riparo lungo una costa prevalentemente rocciosa.

Se abbiamo tempo e le condizioni del mare lo permettono, da Castro Marina partono anche visite in barca verso le grotte della costa. La Grotta Zinzulusa, la Romanelli, la Palombara e altre cavità raccontano una costa scavata dall’acqua e, in alcuni casi, frequentata dall’uomo fin dalla preistoria. Non le inseriamo però come deviazione obbligatoria: oggi il nostro viaggio continua verso sud.

Torniamo al mezzo. Da questo momento seguiamo la costa in direzione di Tricase.

La litoranea verso sud: qui la strada diventa parte dell’itinerario

Usciamo da Castro Marina e imbocchiamo la strada costiera verso Marittima, Marina di Andrano e Tricase. Guidiamo senza fretta.

Questo tratto non deve essere trattato come uno spostamento fra due località. La strada stessa è una delle parti più belle del viaggio. Il terreno sale e scende, la macchia mediterranea occupa i pendii e il mare compare continuamente fra curve e aperture.

Non fermiamoci dove la carreggiata è stretta o priva di spazio. Utilizziamo soltanto piazzole, parcheggi e punti di sosta consentiti. Il panorama non vale una sosta pericolosa.

Mentre procediamo osserviamo la costa. Qui il Salento non presenta le lunghe spiagge sabbiose dello Ionio settentrionale. La roccia domina il paesaggio e crea piccole insenature, canaloni e punti di accesso al mare.

Fra Castro e Andrano incontriamo il territorio di Marittima e la marina di Acquaviva. Se troviamo un accesso consentito e un parcheggio disponibile, vale la pena scendere per qualche minuto.

Acquaviva: una piccola insenatura che merita una sosta

L’Acquaviva è una delle piccole sorprese della costa. Non aspettiamoci un grande arenile. È un’insenatura stretta, circondata dalla vegetazione e dalla roccia, nella quale affiorano sorgenti di acqua dolce.

Avvicinandoci al mare, soprattutto nelle giornate più tranquille, possiamo percepire la differenza di temperatura dovuta alle acque sorgive. Il nome del luogo non è dunque una trovata recente: racconta una caratteristica fisica della baia.

Fermiamoci soltanto il tempo necessario per guardare la forma dell’insenatura. È un esempio perfetto di ciò che vogliamo scoprire lungo questa strada: luoghi piccoli che non hanno bisogno di un grande monumento per meritare attenzione.

Torniamo al mezzo e riprendiamo la litoranea verso Marina di Andrano.

Marina di Andrano: la costa si apre, ma resta rocciosa

Arriviamo a Marina di Andrano e parcheggiamo dove consentito. Facciamo una breve passeggiata sul lungomare e cerchiamo i punti dai quali la roccia scende verso l’acqua.

La marina è distribuita lungo un tratto di costa articolato, con piccole cale e accessi al mare. Anche qui la caratteristica principale è il rapporto diretto fra abitato e scogliera.

Non dobbiamo trasformare ogni marina in una visita monumentale. Il valore di questa tappa è paesaggistico: ci permette di osservare come gli abitanti abbiano adattato strade, case e piccoli approdi a una costa che offre pochissimi spazi pianeggianti.

Quando abbiamo terminato, riprendiamo il mezzo. La prossima parte del viaggio ci porta verso uno dei tratti più interessanti dal punto di vista naturalistico.

Verso la Serra del Mito: il mare sotto, il bosco sopra

Continuando verso sud entriamo nel territorio che conduce a Tricase. Una parte di questa costa rientra nel Parco Naturale Regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase, istituito per proteggere un paesaggio nel quale falesie, macchia mediterranea, boschi e testimonianze storiche convivono a distanza ravvicinata.

Qui dobbiamo prestare attenzione a un cambiamento. Non guardiamo soltanto verso il mare. Guardiamo anche verso l’interno.

Sulle serre e sui pendii compaiono le querce vallonee, alberi che rendono questa zona particolarissima nel panorama italiano. Il territorio di Tricase conserva infatti uno dei nuclei più importanti di Quercus macrolepis dell’Europa occidentale.

Quando raggiungiamo un punto autorizzato dal quale possiamo avvicinarci alla zona della Serra del Mito, lasciamo il mezzo e continuiamo per il breve tratto consentito a piedi. Scarpe adatte e prudenza sono indispensabili: non stiamo entrando in un giardino urbano.

Fra la vegetazione e la roccia cerchiamo la sagoma della Torre del Sasso, chiamata anche Torre del Mito.

Torre del Sasso: una sentinella a più di cento metri sul mare

La Torre del Sasso sorge su una scogliera molto alta, a circa 116 metri sul livello del mare. La sua esistenza è documentata nel XVI secolo e faceva parte del sistema di torri costiere costruito per sorvegliare il litorale.

Oggi la torre è parzialmente diruta. Non cerchiamo di avvicinarci oltre i limiti di sicurezza e non entriamo nelle strutture non accessibili.

Fermiamoci invece a guardare ciò che vedeva una sentinella. Da questa quota la costa si apre per chilometri. Una torre così alta non doveva soltanto controllare il tratto immediatamente sottostante: comunicava visivamente con altre torri attraverso segnali, costruendo una vera catena di allarme.

Pensiamo alle incursioni che per secoli resero vulnerabile la costa adriatica salentina. Dal mare potevano arrivare navi ostili in tempi relativamente brevi. Le torri erano gli occhi del territorio.

Poi spostiamo lo sguardo dalla torre alla vegetazione. Qui storia e natura non sono due capitoli separati: la torre esiste proprio perché questa altura domina il mare; il bosco e la macchia occupano gli stessi pendii che rendevano efficace la sorveglianza.

Torniamo con prudenza al mezzo. Adesso lasceremo per qualche chilometro il bordo immediato della costa per incontrare uno degli alberi simbolo del Salento meridionale.

La Quercia dei Cento Cavalieri: fermiamoci davanti a un monumento vivo

Seguiamo la strada che collega Tricase con Tricase Porto e cerchiamo l’area della celebre Quercia Vallonea dei Cento Cavalieri. Parcheggiamo soltanto dove è consentito e raggiungiamo l’albero a piedi.

Non serve alcuna architettura per capire che siamo davanti a un monumento.

La grande vallonea è plurisecolare e la sua chioma occupa una superficie impressionante. La tradizione popolare racconta che sotto di essa avrebbe trovato riparo Federico II insieme a cento cavalieri durante un temporale. È una leggenda, e come tale va raccontata, senza confonderla con un fatto documentato.

La parte storicamente più importante è un’altra. Le querce vallonee hanno avuto per secoli un ruolo nell’economia locale: le ghiande, ricche di tannino, venivano utilizzate soprattutto nella concia delle pelli e in altri impieghi artigianali.

Guardiamo il tronco, poi allontaniamoci abbastanza da comprendere l’ampiezza della chioma. Un albero così antico ha visto cambiare completamente il paesaggio intorno a sé.

E soprattutto non è solo. Il vicino Boschetto di Tricase conserva un nucleo eccezionale di vallonee, considerato l’unico bosco italiano nel quale questa specie forma un popolamento di tale importanza.

Dopo le mura di Castro, il porto, le torri e la litoranea, questa tappa ci ricorda che anche un albero può raccontare il territorio quanto un castello.

Adesso scendiamo a Tricase Porto

Riprendiamo auto o moto e continuiamo verso Tricase Porto. La strada scende progressivamente verso l’Adriatico e il mare torna a occupare il nostro campo visivo.

Arrivando alla marina cerchiamo un parcheggio consentito e lasciamo definitivamente il mezzo per l’ultima parte del viaggio.

Tricase Porto è un piccolo approdo, non una grande città portuale. Ed è proprio questo il suo carattere. Le case, le barche, il molo e le pareti della costa costruiscono un ambiente raccolto.

Camminiamo verso il porto e osserviamo le imbarcazioni. Per secoli piccoli approdi come questo hanno sostenuto pesca, commerci locali e collegamenti costieri. La scala è diversa da quella dei grandi porti adriatici, ma la relazione con il mare è altrettanto concreta.

Qui opera anche il Porto Museo di Tricase, nato per conservare e raccontare la cultura marittima e le imbarcazioni tradizionali. Quando le attività e gli spazi sono visitabili, vale la pena informarsi: comprendere un porto significa anche conoscere le persone che lo hanno vissuto.

Camminiamo fino al mare: il finale non è una cartolina

Continuiamo a piedi lungo gli spazi pubblici del porto. Guardiamo il molo, le barche e il profilo della costa verso nord.

Da quella direzione siamo arrivati.

Dietro le pieghe della costa si trovano Marina di Andrano, Acquaviva e Castro. Più in alto, invisibile da qui ma presente nel nostro viaggio, c’è la Torre del Sasso. Nell’interno rimane la grande Quercia dei Cento Cavalieri.

Questo è il momento in cui le tappe smettono di essere nomi separati.

Castro ci ha mostrato una città costruita per dominare e difendere il mare. Castro Marina ci ha fatto scendere dentro un’insenatura naturale. La litoranea ci ha insegnato a leggere la costa rocciosa. Acquaviva ci ha fatto scoprire una piccola baia alimentata da sorgenti. Marina di Andrano ci ha mostrato un abitato adattato alla scogliera. Torre del Sasso ci ha riportati al sistema di sorveglianza costiera. Le vallonee ci hanno fatto entrare in un paesaggio vegetale raro. Tricase Porto ci riporta infine alla vita quotidiana del mare.

Non abbiamo seguito una strada soltanto per spostarci da Castro a Tricase. Abbiamo seguito il modo in cui il Salento orientale cambia continuamente pur restando legato allo stesso Adriatico.

Prima di andare via: guardiamo un’ultima volta il porto

Fermiamoci vicino all’acqua, in un punto sicuro e consentito.

La luce del pomeriggio o della sera cambia rapidamente il colore della roccia e del mare. Se siamo arrivati con calma, questo è il momento giusto per non fare più nulla.

Guardiamo semplicemente il porto.

Alle nostre spalle abbiamo una giornata di castelli, archeologia, baie, torri, boschi e strade costiere. Davanti abbiamo ancora l’Adriatico.

Il viaggio di Salentoingiro da Castro a Tricase Porto termina qui, in un piccolo approdo che riunisce ciò che abbiamo cercato per tutta la giornata: il rapporto fra la terra salentina e il suo mare.

Nota pratica per seguire l’itinerario

Prima della partenza verifichiamo gli orari aggiornati del Castello e del Museo Archeologico di Castro e l’accessibilità della Cattedrale e degli altri luoghi di visita. Sulla litoranea utilizziamo esclusivamente parcheggi e piazzole consentite. I sentieri e i punti panoramici presso Serra del Mito e Torre del Sasso richiedono calzature adeguate, prudenza e rispetto di eventuali limitazioni temporanee. Non oltrepassiamo recinzioni, proprietà private o aree interdette. Nei mesi estivi traffico e disponibilità di parcheggio possono modificare sensibilmente i tempi di percorrenza.